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Note di Andrea Lisco

Era certamente un pomeriggio di primavera.
Non ricordo quanti anni avessi ma era certamente l'età in cui la chimica dei pensieri inizia a formare legami complessi, a volte elettrici.
La meta della nostra gita non era Turi ma ricordo che ci fermammo a lungo, proprio vicino al penitenziario.
Fu allora che, per una qualche oscura reminiscenza, collegai per la prima volta il nome di Antonio Gramsci ad un suono familiare, a qualcuno - o qualcosa - di importante.
Un carcere ad un ragazzino fa paura, soprattutto se ci pensi dentro un uomo innocente, un giusto.
Così lo aveva definito mia madre o mio padre, non ricordo bene.
Non era bastato il colore dell'ultimo sole a rendere meno austero quell'edificio, eppure quei blocchi di tufo lo rendevano stranamente simile alle incantevoli cattedrali romaniche di Puglia.
Sembrerà certamente bizzarro ma ho sempre riflettuto sul destino delle pietre, di quelle prescelte per essere fotografate e curate per secoli e di quelle invece condannate alla peggior latrina di un carcere. E' un destino comune persino ad alcuni uomini che, come pietre, restano nella Storia impregnati di santità o di dannazione, di fasti o di oblio.
Sono trascorsi quasi vent'anni da quel tempo nebuloso ma solo oggi quel fotogramma mi pare investito di nuovo significato, oggi che il Teatro non è più l'invadente gioco di un bambino consumato nel salotto dei suoi genitori ma il mio lavoro.
All'incoscienza giovanile di ieri si è sommata l'irruenza della necessità artistica, un'alchimia tale che mi ha portato inevitabilmente ad accettare subito l'idea di uno spettacolo su Antonio Gramsci.
Di solito le sfide non mi spaventano, mi responsabilizzano piuttosto; questa più che mai, anche se non nego l'enorme disagio sia dinnanzi alla sterminata quantità di fonti, sia durante la prima lettura di 'Cena con Gramsci'.
In effetti, ammetto di riuscire a godere totalmente di un testo teatrale solo quando lo sento vibrato dalla voce degli attori: è come se l'ascolto mi ponesse in uno stato di più profonda attenzione e lucidità. Da subito invece mi sono parse evidenti le idee e i contenuti su cui fondare la mia riflessione artistica e la regia dello spettacolo.
Volevo un cast necessariamente giovane, sia per dare un segno forte all'operazione di 'attualizzazione' della figura di Gramsci, sia per sviluppare un’indagine sul rapporto fra la Politica e la nostra generazione. L'idea era quella di concentrarci sui valori puri eliminando ogni incrostazione ideologica, luogo comune e giudizio preconcetto.
L'obiettivo era dare tridimensionalità ad un pensiero politico e non solo ad un volto.
Abbiamo parlato molto di come, sebbene Gramsci fosse un'icona in genere riconoscibile ai più, risultasse invece incredibilmente vuota di significati immediati. Ricorderò sempre quale aneddoto tragicomico di aver appreso durante il casting indetto dalla produzione che Gramsci era, tra l'altro, un “attore degli anni '60 o '70” e che, certamente, fu l'autore de “Le mie prigioni”!
Così l'idea di Teatro come corpo e materia mi sembrava perfetta per dar vita a quell'icona monocroma e caricarla di energia attiva.
Le prove sono iniziate con un lavoro analitico sui documenti storici, per poi passare ad un lungo periodo di improvvisazioni basate sul plot del testo, senza considerarne le parole e la scansione drammaturgica.
Dopo una rapida lettura a tavolino mi preoccupo sempre di sequestrare i copioni degli attori, chiedendo loro di fissare nel proprio 'udito interiore' le tracce lasciate dall'opera. Credo infatti che la memoria sul testo sia una pericolosa gabbia alla creatività del gruppo. L'obiettivo primo è dunque approfondire la coscienza della storia che si vuol raccontare, rendendola il più possibile propria. Quest'ultima condizione è stata la leva che ha reso opportuno ridefinire i ruoli multipli che l'autore aveva assegnato da copione, cercando una corrispondenza emotiva fra vita dei personaggi della 'Messa' e quelli della contemporaneità della vicenda di Jacopo. Così l'attrice che interpreta Lucia, la compagna di Università di Jacopo/Gramsci, veste i panni di Giulia; la Sig.ra Giovanna, donna sola in una città non sua, diventa Tania; Marzia, la professoressa disillusa ma un tempo determinata attivista politica, Genia.
Questa trasposizione ha consentito, in una sorta di omaggio pirandelliano, di rendere il momento della 'messa-in-scena' una bolla privilegiata nella quale provare a togliersi la maschera per mostrare le proprie nudità.
Trovo bellissima l'idea per la quale l'incontro con Jacopo, e di conseguenza la rappresentazione della vita di Gramsci, diventi un trampolino di slancio verso una riscoperta più vera di sé, in una sorta di processo di catartica consapevolezza. E' un percorso che non  poteva non coinvolgerci anche in prima persona, come uomini di una società che sempre più spesso tende a rimuovere la propria coscienza storica e civica.
E' in questa dimensione di 'rimozione deliberata' del messaggio gramsciano che ho colto la forte assonanza con la figura di Cristo. Gramsci infatti è condannabile non solo perché <<solleva il popolo>> ma perché non rinuncia alla verità delle sue idee. L'esigenza di questo parallelo mi ha portato a tagliare totalmente la scena del 'Sanctus' così come era stata concepita nella sua forma testuale e strutturale, virando invece l'azione scenica su una sovrapposizione fra il processo a Gesù e quello ad Antonio Gramsci.
Il mondo inteso come società civile tende ad accettare la verità solo nella misura in cui questa è adattabile e strumentale, non come valore assoluto. La verità è pericolosa per l'ordine del mondo: la morte di Cristo - si noti, sul Golgota, fuori dalle mura della città - non poteva che essere una 'necessaria conseguenza', così come la condizione coatta del carcere. Più d'ogni cosa mi ha conquistato il coraggio di anteporre l'uomo e la cultura agli interessi di partito. E' questa integrità etica che, a mio avviso, rende Gramsci ingestibile e pericoloso, ma straordinariamente progressista.
Nella costruzione di una società democratica un ruolo determinante dev'essere svolto dalla cultura e dalla conoscenza prima ancora dell'appartenenza politica. Gramsci credeva che il Comunismo sarebbe giunto come “conseguenza spontanea, come unica cosa che non ci sarà bisogno di insegnare. Perché ogni uomo di cultura, ogni uomo che sia prima di tutto espressione della sua capacità critica non può che desiderare il bene comune, come unica condizione per la realizzazione del bene del singolo”.
Il disagio che crea la politica di oggi, in particolare fra i giovani, è esattamente questa incapacità di 'farsi esempio', nonché strumento di educazione e cultura. Occorre probabilmente ritornare ad un livello di comunicazione più diretta e popolare, lontana dal vuoto abbagliante ma effimero degli slogan. Il Teatro in questo senso può diventare uno strumento nobile su cui un’idea di Politica lungimirante dovrebbe sentirsi chiamata ad investire.
Credo altresì che il Teatro debba riconquistare a sua volta il proprio gene popolare, a partire dal linguaggio ed a prescindere dai contenuti: tornare ad essere al servizio del popolo - così come la politica -, ad essere strumento civico, ma sopratutto critico per la gente. Il Teatro deve comunicare, divertire, educare, scandalizzare, sporcare, riordinare ma sopratutto risvegliare.
Lo spettacolo teatrale 'Cena con Gramsci' è costruito su molteplici piani di lettura. Su questa impostazione stratificata di contenuti si realizza la profonda e appassionata collaborazione con Davide Daolmi, nell'idea che il prodotto culturale debba sempre puntare ad essere innanzitutto strumento critico, affinché le persone possano padronare le circostanze e non solo subirle, più o meno consapevolmente.
E' giunto quindi il momento di una profonda autocritica che liberi quest'Arte dagli snobismi, dagli ermetismi, dalle oligarchie tematiche e dallo sterile autoreferenzialismo riconducendola alla sua natura primordiale di strumento educativo e collettivo.
Il progetto 'Nino, appunti su Antonio Gramsci' nasce proprio da questa spinta, come invito ad un rapporto più sistematico fra Politica, Cultura e Teatro.

Note di Anna Maini

Lavorare a questo progetto è stato molto interessante e stimolante per moltissimi motivi.
Il testo dello spettacolo - “Cena con Gramsci” di Davide Daolmi – è come un cilindro di un prestigiatore: più vi affondavamo le mani e più uscivano nuovi spunti, nuove suggestioni e chiavi di lettura.
Con gli attori il gioco era mettersi lì, a tavolino, e leggere il testo. Rileggerlo e rileggerlo ancora, e cercare di capire quale fosse il significato più profondo di ogni scena. Sì, perchè nel testo di Daolmi, nessuna parola è lì per caso. Ogni parola è incastrata nel testo con una precisione millimetrica.
C'è però una sorpresa: il significato che trovavamo non era mai uno solo, ma due, tre, quattro! E questo è stato apprezzato moltissimo: il testo ti mette sempre di fronte a delle scelte, ti fà essere parte attiva quando lo interpreti e quando dirigi gli attori.
E Gramsci viene fuori piano piano. L'abbiamo visto nascere e crescere negli occhi degli attori quando s'illuminavano perchè finalmente capivano cosa stavano dicendo.
Jacopo, il protagonista dello spettacolo, scopre, scena dopo scena, il valore di Antonio Gramsci. Con Stefano Annoni (che interpreta appunto Jacopo) il lavoro era spesso proprio questo: condurlo alla scoperta. E Stefano apprezzava e spesso si stupiva.
Insieme a Jacopo e a tutti gli altri personaggi della vicenda, abbiamo trovato, prima di tutto un uomo che ha dato la propria vita per gli altri.
Antonio Gramsci è stato condannato a 20 anni, 5 mesi e 4 giorni di reclusione senza aver commesso alcun reato, ma solo per aver perseguito con fermezza i propri ideali di giustizia e uguaglianza. Per questo non ci è sambrato affatto azzardato suggerire un parallelo Gramsci-figura Christi; anche se, grazie a quella meravigliosa figura retorica dell'ironia (senza la quale il mondo sarebbe sicuramente ridotto peggio di quello che è!), abbiamo sempre voluto alleggerire quest'associazione e lasciare allo spettatore stesso la responsabilità di decidere.
Abbiamo poi scoperto che gli ideali a cui Gramsci ha dedicato la vita, sono talmente giusti e condivisi che ci siamo fatti conquistare. L'egemonia culturale di cui parla Gramsci potrebbe diventare una preghiera, un motto, un manifesto per tutti noi; e quando dico tutti noi intendo tutte noi persone (attori, autori, registi di teatro) che abbiamo bisogno di cultura per vivere. Se la cultura fosse più valorizzata, allora la gente concepirebbe anche di investire in lei, e non solo in quei beni materiali che spesso ci sono presentati come indispensabili.
Ho  ancora di fronte agli occhi l'immagine di Jacopo che tossisce e si contorce mentre urla con tutto se stesso: “.. è vero che oggi le masse lavoratrici non sono in grado di prendere in mano la situazione. Ma noi le dobbiamo mettere nella condizione di farlo. E c'è un solo modo: l'educazione e la cultura.” E' una delle scene che mi toccano più da vicino, è una delle scene in cui vorrei balzare sul palco e dire a Gramsci: “quanto hai ragione! Resisti! Non farti schiacciare dal “Gran maestro”(interpretato da Daniele Gaggianesi con un mantello di pajette), dai subdoli ladri di consenso, da coloro che vogliono annullare le menti delle masse per tenerle zitte zitte, buone buone.
Lo spettacolo ci ha dato la possibilità anche di conoscere Gramsci perfettamente contestualizzato nel suo tempo. Giulia, sua moglie (interpretata da Michela Vietri) è terrorizzata dall'idea che il suo Nino “vive in un paese del sud Europa dove i comunisti sono perseguitati.” E si sfoga con sua sorella Genia (Alessia Stefanini) sottolineando l'assurdità del regime fascista.
Già perchè Gramsci, neanche a farlo apposta, il ventennio fascista l'ha centrato in pieno! E noi abbiamo cercato di ricreare l'atmosfera di quegli anni: la guerra, il futurismo, il fascismo; sia attraverso scene ambientate in quell'epoca, sia attraverso le parole di chi, per un motivo o per l'altro, ha sentito parlare di Gramsci da molto vicino: la Signora Giovanna (Marta Galli), Ide (Paola Piacentini), e Oenne (Fabio Paroni).
Riscoprire Antonio Gramsci adesso è molto di più che commemorare la sua morte a settant'anni di distanza, è molto di più che far rivivere la memoria di “un politico troppo spesso dimenticato”. Antonio Gramsci ha detto parecchi anni fa quello che adesso va urlato a tutti: giovani, adulti, anziani. Tutti, nessuno escluso, abbiamo bisogno di cultura e di buon senso: sono gli unici veri strumenti di emancipazione ed il principale nutrimento per il nostro spirito.

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